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Bologna, marzo 1938
L' IRONIA
Stamattina, mentre andavo in Facoltà, mi sono imbattuto in uno sparuto gruppo di goliardi che, saltellando guardinghi lungo la via, ne pronunciavano scompostamente e sguaiatamente il nome: “Largo Trombetti, Largo Tromboni, Largo Trombon…”
Mi ha assalito un po’ di tristezza constatando che al posto della feluca indossavano il fez nero, su cui avevano applicato una striscia colorata a indicare le facoltà e, nonostante il piglio temerario, si guardavano intorno circospetti per timore di incrociare la milizia.
Ho provato nostalgia per quei berretti dismessi che mi fanno venire in mente i lunghi becchi degli uccelli e il Medioevo che amo. Di colpo, mi è balzata davanti agli occhi l’immagine della mia “matta brigata” e soprattutto la faccia di Guido che andava in sollucchero per le sfide e gli scherzi.
Ho pensato che se gli piaceva Torino, gli sarebbe piaciuta anche Bologna, se non altro per i portici, ma la Bologna di prima, non quella di adesso perché, nonostante il carattere reattivo degli abitanti, si è creata molta tensione soprattutto dopo l’attentato al Duce.
Allora, cioè alla fine del secolo scorso, ci incontravamo nelle aule dell’Ateneo torinese, al caffè Cavour e sul lungo Po. Ci scambiavamo impressioni e pareri riguardo ai nuovi orientamenti: c’era fermento di idee, attesa di svolte.
Guido aveva un fare elegante e garbato ma faceva intuire la sua propensione all’ironia e alla teatralità. Non di rado se ne usciva con battute che divertivano l’amico Carlo, il quale gli chiedeva se avesse imparato quelle allusioni e quello scherzare in campagna, al Meleto, dove spesso soggiornava. Lui faceva lo sguardo di chi la sa lunga e non rispondeva.
Di Guido ho un ricordo nitido che spesso richiamo alla memoria. A volte si alzava in piedi scostando una sedia del tavolo intorno al quale eravamo seduti, o balzava inatteso da un sedile improvvisato: agitava il bastone e lo puntava verso l’alto, recitando dei versi con enfasi come, forse, gli aveva insegnato la madre. Una volta che fui ospite loro al Meleto e visitai la biblioteca zeppa di libri, notai i testi di noti drammaturghi di proprietà materna. Credo che quell’esibirsi improvviso fosse un modo per esorcizzare la paura che portava dentro, paura per la sua situazione, per la sua triste condizione di malato, ma so che quell’antidoto gli serviva anche per la sua arte.
Mi sono sempre chiesto come facesse a scherzare. Come Vallini, come Chiaves, come gli altri della Scuola, diceva che tutto sarebbe stato noioso senza ironia e che non poteva concepire un mondo triste e piangente. Non avrebbe mai scritto: “Io non sono che un povero fanciullo che piange”, esibendo la propria fragilità come aveva fatto Corazzini, non solo perché era nato dannunziano ma soprattutto perché si sarebbe sentito troppo infelice.
Penso che avesse una percezione tremenda del mondo, per quell’aridità di sentimenti così manifesta che si coglieva intorno e quell’arroganza che facevano sentire, soprattutto i poeti, estraniati e vittime.
Quindi la maschera del linguaggio, con cui rivestiva il suo modo di essere e la sua poesia, era la sua vera forza.